terça-feira, outubro 30, 2007

Manuel Braga da Cruz acusa Governo de não reconhecer valor da Universidade Católica Portuguesa

Portugal, o Estado da Europa que pior trata uma Universidade Católica


O reitor da Universidade Católica Portuguesa (UCP), Manuel Braga da Cruz, teceu ontem duras críticas à forma como o Governo tem vindo a cortar os poucos subsídios que ainda atribui àquela instituição de ensino superior, numa altura em que a universidade assinala 40 anos de actividade e conseguiu, este ano, a sua maior distinção internacional e sempre.

O catedrático, que falava na cerimónia de abertura solene das aulas do Centro Regional de Braga, não deixou de salientar que o Estado português, comparativamente com o que acontece com outros Estados europeus no relacionamento com universidades católicas, «maltrata » a UCP.
«Surpreende-nos que um subsídio que era atribuído desde meados da década de 70 à UCP, que já tinha sido retirado em boa parte em 2000, tenha sido agora totalmente suprimido, segundo as informações que dispomos», afirmou Braga da Cruz ao Diário do Minho no final da cerimónia.

Ora, o reitor da "Católica" destacou que tudo isto acontece «não apenas num ano em que a universidade completa 40 anos mas, sobretudo, num ano em que a UCP recebeu o reconhecimento internacional mais elevado que até hoje teve, que foi o de ter colocado a sua Escola de Negócios (Business School), de Lisboa, no ranking do "Financial Times", entre as 50 melhores do mundo».

Na sua intervenção na cerimónia o catedrático lembrou que o Governo de José Sócrates colocou entre os seus objectivos criar em Portugal uma Business School e colocá- -la «entre as 100 melhores do mundo», para destacar que a UCP conseguiu colocar a sua escola nas 50 melhores.

«Considero que merecíamos um gesto de apreço, de simpatia e não este gesto – que não pode ser entendido de outra forma – de desatenção e de menor consideração para com a universidade», frisou Braga da Cruz.

Perante uma plateia que encheu o salão de actos da Faculdade de Teologia – uma bela antiga capela do edifício que já foi Seminário Maior – o reitor da UCP disse não compreender como é que o Governo, perante os resultados alcançados pela universidade que preside, «em vez de premiar e estimular, castiga desta forma inexorável». E justificou a abordagem deste tema porque «quem não se sente não é filho de boa gente».

O Estado da Europa que pior trata uma "Católica"

(...) Braga da Cruz defendeu que, apesar do actual corte decretado pelo Governo socialista, «futuramente, este subsídio tem de ser repensado e reposto, até porque a UCP, no contexto europeu, é a que pior é tratada do ponto de vista financeiro pelo Estado».

O reitor indicou, de seguida, que «há muitos países da Europa onde as universidades católicas são financiadas exactamente como as universidades públicas, como são os casos da Bélgica, Holanda, Alemanha, Polónia e Hungria».

Mesmo naqueles países onde esse tratamento não acontece – como é o caso da Itália e França –, Braga da Cruz sustenta que «pelo menos 30 por cento do orçamento dessas universidades católicas é suportado pelo Estado».

«Em Portugal estamos reduzidos quase a zero», lamentou o reitor da universidade. Por isso,diz esperar «que o bom-senso venha a prevalecer e que a UCP, que tão importante papel tem desempenhado na sociedade portuguesa, venha a ser dignamente apoiada pelo Estado, no futuro».

(...)

In Diário do Minho| 24/10/2007

domingo, outubro 28, 2007

Os Mártires de Espanha

La morte rivoluzionaria dei martiri


Juan Manuel de Prada

"Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siete figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti".

Questo mandato che Gesù ci trasmette nel Discorso della montagna forse è la più improba esigenza che si può far gravare sulle spalle di un essere umano. Come possiamo giungere ad amare fino a questo estremo? Il sacrificio del Golgota è la prova più evidente di questo amore universale che fa "piovere" su tutti gli uomini, anche su coloro che appesero Gesù a un legno, anche su di noi che ogni giorno continuiamo a farlo. Compiere il mandato di amore verso i nemici diviene pertanto la prova massima della imitatio Christi, la più sovversiva e radicale espressione della nostra fede.
I 498 martiri della guerra civile spagnola che saranno oggi beatificati morirono amando quanti strapparono loro la vita. Sono testimoni di questo amore estremo che Gesù ci ha richiesto, testimoni della scandalosa bellezza della fede che professavano. Vi è, in effetti, una sfida e qualcosa di rivoluzionario nella loro morte, qualcosa che interpella l'uomo contemporaneo in modo feroce. Quegli uomini e quelle donne morirono perdonando quanti li uccidevano, morirono amando quanti li uccidevano, sicuri che il loro sangue si sarebbe trasformato in fermento fecondo per quanti, un giorno, nel ricordare la loro morte, sarebbero riusciti a decifrare il loro commovente mistero. Quegli uomini e quelle donne morirono con la gioia di sapersi amati da Colui che stava per accoglierli nel suo grembo, morirono abbracciati allo stesso legno che noi uomini abbiamo innalzato e continuiamo a innalzare ogni giorno per crocifiggere Colui che ci ha redenti con il suo amore. Solo questa identificazione profonda e incrollabile con Gesù spiega il loro sacrificio, e, spiegandolo, lo trasforma in segno universale di generosità e riconciliazione del quale beneficiamo non solo noi cristiani, ma in generale qualsiasi persona che rivolga con occhi puri lo sguardo verso la bellezza profonda di quel gesto. Commemorare quei martiri significa celebrare la possibilità di un futuro di concordia e di perdono che ci includa tutti. Un futuro pasquale, poiché dal seme di quel sangue sparso per amore nasce ogni giorno un raccolto di uomini nuovi, capaci alla fine di esorcizzare l'odio.
Questa è la testimonianza dei martiri: sebbene siamo fatti di fango, una forza sovrumana ci esalta, sebbene attorno a noi la morte passeggi sulla terra, siamo messaggeri di vita. Come Bartolomé Blanco, un giovane cordobese di appena 21 anni, che fa parte di questi 498 martiri che saranno oggi beatificati. Poche ore prima di affrontare i proiettili, Bartolomé scrisse alla sua fidanzata una lettera commovente: "Maruja dell'anima mia, il tuo ricordo mi accompagnerà fino alla tomba e finché vi sarà un battito nel mio cuore, questo palpiterà di amore per te. Dio ha voluto sublimare questi affetti terreni, nobilitandoli quando li amiamo in Lui. Per questo, sebbene nei miei ultimi giorni Dio sia stato mia luce e mio anelito, ciò non toglie che il ricordo della persona più amata mi accompagni fino al momento della morte. Sono assistito da molti sacerdoti che, come balsamo benefico, stanno effondendo i tesori della Grazia nella mia anima, fortificandola; guardo la morte in faccia e in verità ti dico che non mi spaventa né la temo. (...) Ora che mi mancano poche ore per il definitivo riposo, voglio chiederti solo una cosa: che in ricordo dell'amore che abbiamo provato, e che in questo momento sta crescendo, ti prefigga come obiettivo principale la salvezza della tua anima, perché così riusciremo a riunirci per tutta l'eternità in cielo, dove nessuno ci separerà. A quel momento, allora, Maruja dell'anima mia! Non dimenticare che dal cielo ti guardo, e cerca di essere un modello di donna cristiana, poiché alla fine di tutto, a nulla servono i beni e i piaceri terreni, se non riusciamo a salvare l'anima. (...) Sii forte e ricostruisci la tua vita: sei giovane e buona, e avrai l'aiuto di Dio che implorerò dal suo Regno. All'eternità, allora, dove continueremo ad amarci per i secoli dei secoli!".
Con la sua morte, Bartolomé Blanco ha contribuito a far sì che noi uomini continuassimo ad amarci anche sulla terra. La beatificazione di questi testimoni dell'amore che, come Bartolomé, morirono perdonando quanti li uccidevano, coincide con la promulgazione in Spagna di una Legge della memoria storica che semina zizzania perché ha riaperto la ferita del rancore e fatto agitare i fantasmi fratricidi di una battaglia i cui echi continuano a infettare la convivenza degli spagnoli. Contro questi fantasmi s'innalza la testimonianza dei martiri che oggi saranno elevati agli onori degli altari; settant'anni dopo quell'immondo pandemonio di sangue, questi testimoni di Gesù esigono da noi che abbandoniamo il risentimento, esigono da noi che amiamo oltre misura, esigono da noi che portiamo il cielo sulla terra. È, in verità, un mandato sovversivo, una sfida; un mandato così sovversivo e una sfida tale da poter riempire un'intera vita. Volgiamo lo sguardo verso quei testimoni che osarono donare la propria vita per dimostrarci che non si tratta di un compito impossibile; e, nel farlo, scopriremo che il fantasma di Caino fugge umiliato e impaurito, senza un posto nel mondo, fugge per sempre dal nostro cuore, dove non vi sono più nemici.

(© L'Osservatore Romano - 28 Ottobre 2007)

quarta-feira, outubro 17, 2007

Avé-Maria

UMA HISTÓRIA DE D. JOÃO DA CÂMARA

Para prestar o seu exame de admissão, apresentara-se diante do júri do Conservatório, a que D. João da Camara pertencia, uma rapariga pálida e hesitante.

-Diga uns versos, pediu um dos examinadores.

-Não me lembro de nenhuns ...

-Então um trecho qualquer em prosa ...

-Também não sei..., retorquiu sumidamente.

O júri entreolhou-se, surpreso : apenas lhes restava reprová-la !

Por entre o embaraçoso silêncio, ouviu-se a voz suave de D. João da Câmara, de mãos atrás das costas e olhando a rua através das vidraças, murmurar numa inspiração quase divina, cheia de paz :

-Diga a Avé-Maria ...

Quando a rapariga pálida e hesitante terminou a sua vibrante prece, D.João da Cãmara benzeu-se lentamente ...

E no sossego daquela sala, ante a turbação dos comovidos professores, duas coisas tinham acontecido : a jovem Maria Matos - porque era ela, a rapariga pálida e hesitante - iniciava ali uma inesquecível carreira ; e o compadecido escritor, que devido à Arte se imortalizara já perante os homens, pela bondade uma vez mais afiançava à sua alma a vida eterna.

domingo, outubro 14, 2007

POEMA DE SOPHIA DE MELLO BREYNER

Esta gente cujo rosto
Ás vezes luminoso
E outras vezes tosco

Ora me lembra escravos
Ora me lembra reis

Faz renascer meu gosto
De luta e de combate
Contra o abutre e a cobra
O porco e o milhafre

Pois gente que tem
O rosto desenhado
Por paciência e fome
É gente em quem
Um país ocupado
Escreve o seu nome

E em frente desta gente
Ignorada e pisada
Como a pedra do chão
E mais do que a pedra
Humilhada e calcada

Meu canto se renova

E recomeço a busca
De um país liberto
De uma vida limpa
De um tempo justo

Do livro GEOGRAFIA, 1967

sábado, outubro 13, 2007

Centenário do Regicídio - Dia de Luto Nacional



Ex.º Senhor Presidente da Assembleia da República
Excelência:

A 1 de Fevereiro de 1908, pelas 17:20 horas, no Terreiro do Paço junto à esquina com a Rua do Arsenal, foram assassinados o Rei Dom Carlos I e o Príncipe Real Dom Luís Filipe.
Este acontecimento trágico, geralmente reconhecido como um dos mais marcantes da História de Portugal, merece bem ser evocado com a imparcialidade e a clarividência que a distância de um século já permitem.
Sem menosprezo das legítimas opiniões pessoais de cada um dos Portugueses acerca do regime actualmente vigente, consideramos importante e oportuno assinalar o centenário do Regicídio.
Na verdade, trata-se de condenar um acto de terrorismo contra um Chefe de Estado legitimamente empossado e contra o seu sucessor constitucionalmente consagrado, acto planeado e perpetrado sem manifestação de vontade ou participação da esmagadora maioria de um Povo de índole pacífica e tolerante.
Assim, ao abrigo do artigo 52º da Constituição da República Portuguesa e nos termos da Lei n.º43/90, de 10 de Agosto, vêm os signatários solicitar a V.ª Ex.ª o seguinte:
1- que o dia 1 de Fevereiro de 2008, centenário do Regicídio, seja decretado dia de Luto Nacional;
2- que às 17:20 horas desse dia seja cumprido um minuto de silêncio, em homenagem a um dos maiores Chefes de Estado de Portugal e ao seu sucessor constitucionalmente consagrado.


ASSINAR PETIÇÃO

sexta-feira, outubro 12, 2007

O melhor do imperfeito

CARTA DO CANADÁ

por Fernanda Leitão


Foi entre a sobremesa e o café, num discreto restaurante de Lisboa. Francisco Sá Carneiro, acendendo um perfumado charuto, queixou-se das picardias e pouco sérias partidas de elementos do seu partido. Os seus olhos de gato siamês chispavam de fúria mal contida, ao apontar o que já havia escrito num diário acerca da saloia romaria desses elementos a um sótão da embaixada americana, onde Mrs. Carlucci recebia ao serão com ar conspirativo, e aos que, assanhados como cristãos novos, clamavam contra os que não gostavam da Maçonaria. Eu mesma já tinha posto em sentido certa dama do PSD que se escandalizou com a minha recusa em ir aos serões da embaixatriz, deixando tudo muito claro: essa senhora é uma figura pública como eu, portanto, se tem interesse em falar comigo, podemos almoçar no Grémio Literário, com meia Lisboa a ver-nos, nada há que justifique encontros secretos. Talvez por isso eu tivesse respondido meio a sorrir quando o malogrado político se calou: “o PSD não existe”. Como não?, exclamou ele. Expliquei: o que está aí, o que existe, é a moldura do seu retrato, mais nada. Se um dia deixar o partido, muitos retratos passarão pela moldura até ela se partir. E acaba por se partir porque, com o tempo, aquilo acaba por ser como as Forças Armadas: dantes eram de élite mas, com a guerra, entrou tudo de roldão, até coxos, até tontos, tudo servia. Esses são os que partem tudo. Acabámos os dois a rir.
Tão longe estávamos dum avião despenhado, de tantas mortes, dum processo investigado de maneira a deixar um país inteiro a pensar que era outro caso como o que eliminou D. Carlos e o Príncipe D. Luís Filipe, Sidónio Pais, António Granjo, Carlos da Maia... Mais um caso para arquivar e branquear. E é que ninguém nos tira isso da cabeça.
Certo, certo, é que a moldura por lá anda aos tombos, hoje debruando um retrato, amanhã outro, sempre um pior do que o outro. A moldura a dar de si, a olhos vistos. Cada vez mais.
Sou eu contra partidos? Não sou, apesar de não me rever em nenhum, de não caber em nenhum. Mas acho que Winston Churchill esteve certo quando disse que o regime democrático é o menos mau dos regimes políticos. Apesar dos partidos, da fauna que os povoa, das golpadas internas e externas, a democracia tem a virtude de saber corrigir esses desvios. E como? Denunciando-os, usando em pleno a liberdade de expressão, dando a voz ao povo. Mas isso só acontece quando ao povo é dada educação, incentivo a que exerça a sua acção cívica. Um povo educado, adulto, não aceita comunicação social domesticada, de trela curta e açaime, não tolera bufos nos empregos que enchem os ouvidos a capatazes de roça que se julgam chefes.
Se for essa a situação, cabe aos jornalistas honestos, independentes, corajosos, escrever nem que seja nas paredes e levantar o povo. Como aconteceu em 1975, durante o PREC, quando um partido a soldo da União Soviética ajudava a destruir a economia, a desconjuntar o tecido social, a encher prisões, de modo a impor a 10 milhões de portugueses fartos de ditadura uma outra ditadura, essa sanguinária, boçal, criminosa. Quem queria impor? O mesmo pequeno grupo de corcundas de alma que aceitou sem tugir nem mugir a invasão da Hungria e a da Checoeslováquia, o assassinato de 20 milhões de pessoas em 70 anos de poder. O nosso povo sabia disto? Não sabia, porque a outra ditadura tinha censura também e tudo quanto dizia não tinha crédito. Mas um bom número de jornalistas saíu a terreiro e abriu as arcas encoiradas. É por isso que hoje não tem a menor importância o partido de fantasmas que, a propósito e a despropósito, solta os dinossauros.
Parafraseando António Nobre, direi hoje: onde estão os jornalistas do meu país, onde estão eles que não vêm contar?

domingo, outubro 07, 2007

La sangre de los mártires

Po JUAN MANUEL DE PRADA

LA próxima beatificación de 498 mártires de la Guerra Civil ha levantado ronchas entre los gerifaltes y sicarios del Régimen, que ven en ella un desafío a la llamada Ley de Memoria Histórica. Y vaya si lo es. Se trata, sin duda, del más formidable desafío que se pueda concebir. La beatificación de los mártires nos recuerda, en primer lugar, que la Guerra Civil no fue esa historieta de buenos y malos que el Régimen pretende imponer, donde unos ponían la sangre y otros el plomo. La beatificación de los mártires nos recuerda que la Segunda República, erigida por el Régimen en espejo de virtudes en el que nuestra democracia debe contemplarse, estimuló y exacerbó el odio antirreligioso desde el instante mismo de su fundación y permitió que, tras el alzamiento militar, la cacería indiscriminada del católico se convirtiese en el pasatiempo predilecto de las milicias socialistas, comunistas y anarquistas, a las que los irresponsables gobernantes republicanos proveyeron de armas para que pudiesen traducir en cadáveres el odio que previamente les habían inoculado. Más de siete mil religiosos fueron martirizados en aquellas jornadas de oprobio; el número de seglares que corrieron idéntica suerte aún no ha sido fijado, pero su establecimiento -si es que algún día se logra- dejará chiquitas esas cifras. El Régimen no soporta que tales muertos sean conmemorados, porque deslucen la memoria distorsionada y sectaria de aquel conflicto.
Pero la naturaleza del desafío que supone la beatificación de los mártires es de una naturaleza mucho más honda. La llamada Ley de Memoria Histórica se funda sobre una argamasa de rencor y apriorismos ideológicos falaces. Primero se establece que quienes combatieron en el bando republicano fueron unos luchadores por la democracia y la libertad (cuando lo cierto es que muchos de ellos combatieron por instaurar las más feroces formas de tiranía imaginadas por el hombre); después se trata de mantener viva su memoria para que sirva como acicate del resentimiento, para que ese resentimiento siga infectando la convivencia de los españoles. La sangre de los mártires se alza contra este propósito cainita. Pues quienes ahora van a ser beatificados no fueron asesinados por simpatizar con tal o cual ideología; tampoco lo fueron por batallar en tal o cual bando. Fueron asesinados, única y exclusivamente, por profesar la fe católica, por ser testigos de Cristo. La Iglesia no beatifica a curas trabucaires que se echasen al monte a pegar tiros; tampoco a católicos que fuesen condenados a muerte por haber conspirado contra la República. El reconocimiento de la muerte martirial exige como condición sine qua non que no interfieran motivos de índole política; mártir significa «testigo», y sólo quienes fueron asesinados por dar testimonio de su fe merecen tal reconocimiento.
Y aquí radica, precisamente, la naturaleza desafiante de aquellas muertes. Los mártires que van a ser beatificados podrían haber salvado el pellejo abjurando de su fe; pero su entereza no tembló en aquel trance: entendieron que la fe que profesaban bien merecía el sacrificio del don más valioso que al hombre le es entregado. Y entendieron también que ese sacrificio máximo sólo sería valioso si imitaba el sacrificio redentor del Gólgota. Aquellos hombres y mujeres murieron perdonando a quienes los mataban, murieron amando a quienes los mataban, seguros de que su sangre se convertiría en fermento fecundo. Aquí radica la belleza de su sacrificio, la escandalosa y subversiva belleza de su muerte: murieron con la alegría de saberse amados por Quien iba a acogerlos en su seno, murieron amando a quienes los odiaban, seguros de que ese amor derramado sobre la tierra no sería baldío, seguros de que su sangre acabaría propiciando una cosecha fecunda de reconciliación. Conmemorar a aquellos mártires significa reafirmar su voluntad de amor, significa exorcizar el odio, significa celebrar la belleza de la vida que vuelve a florecer generosamente incluso allí donde ayer se sembró la muerte. Y significa, desde luego, un desafío formidable para quienes se alimentan con el veneno del rencor, los gerifaltes y sicarios del Régimen.

www.juanmanueldeprada.com

segunda-feira, outubro 01, 2007

Uma árvore por cada bebé

A Associação Portuguesa de Famílias Numerosas (APFN) felicita o Dr. João Casteleiro, presidente do Centro Hospitalar da Cova da Beira, pela brilhante ideia, secundada pelo Câmara Municipal da Covilhã, de se plantar uma árvore num dos jardins da cidade por cada bebé nascido no hospital da Covilhã, com o seu nome inscrito, (http://www.apfn.com.pt/Noticias/Set2007/240907a.htm) uma ideia extremamente simples, barata e eficaz de saudar publicamente o nascimento de uma nova vida, de que o concelho, como o resto do país, estão tão carentes.

Esta ideia é de realçar em valor absoluto, mas, também, em valor relativo, uma vez que é uma pedrada no charco em que o Ministério da "Saúde" se transformou neste domínio sob a orientação da fúria anti-natalista do actual Ministro que tem levado a "maternidades" se vangloriarem do número de abortos que têm vindo a praticar, que é tão idiota como alguém se orgulhar de ter despejado o seu cantil no deserto!

A APFN recomenda fortemente que autarquias e maternidades merecedoras desta designação sigam estes e outros exemplos, enquanto o Governo não tomar medidas a sério para enfrentar e vencer o Inverno demográfico, que terá que, inevitavelmente, começar por neutralizar a fortíssima política anti-natalista promovida pelo Ministério da "Saúde" e pelo sistema fiscal português.

De novo, realça o trabalho que tem vindo a ser desenvolvido pela Câmara de Vila Real, e que pode ser consultado em

http://www.cm-vilareal.pt/index.php?option=com_content&task=view&id=73&Itemid=55


30 de Setembro de 2007


segunda-feira, setembro 24, 2007

Fernando Quintais

Eu sabia que estava muito doente mas a notícia da sua morte apanhou-me de surpresa, agarrada que estava na cama, por azares da vida e que me impediu de me juntar aos seus familiares, amigos e conhecidos. Resolvi escrever, nem que fossem só duas linhas, para me desanuviar o coração e dizer a toda a gente o que ele era para mim. Para mim e para muitos outros, que há muito mais tempo com ele conviviam.

Era modesto mas estava sempre pronto para ajudar, nas horas difícies, os monárquicos deste país, numa fidelidade forte e segura, que o fazia como desaparecer da cena, dando lugar a outros que ele sentisse mais brilhantes e úteis, mas todos sabíamos que estava ali, firme e atento, com quem sempre se podia contar.

Fidelíssimo, era também de uma sensibilidade extrema e escondida, como que envergonhada mas cuja voz rompeu, de repente, com as consonâncias modestas da sua personalidade.

«Et in Arcadia, ego...» Vindo à tona inevitável, essa sensibilidade, esse amor ao seu cantinho de Portugal, esteio importante do seu monarquismo, transbordou para o livro, o seu livro que ele oferecia a medo aos seus amigos. E em que esmiuçava, com devoção e espanto, os campos e lugares, o imenso amor que lhe ia na alma.

Sinto-me grata a Deus por Ele. Graças a Deus por o ter conhecido, por ele ter existido e por ter sido meu amigo.

Teresa Maria Martins de Carvalho

quinta-feira, setembro 20, 2007

Quem manda

CARTA DO CANADÁ

por Fernanda Leitão


Como era previsível, a cerimónia de transladação do escritor Aquilino Ribeiro para o Panteão Nacional foi edificante a vários títulos.
Para já, logo no início da transmissão directa pela RTP, a jornalista de serviço a afirmar que o escritor tinha lutado contra três ditaduras: a Monarquia, a de Sidónio Pais e a de Salazar. Chamar ditadura à Monarquia Constitucional é revelador de grande ignorância histórica, se tivermos em conta a liberdade completa de que gozavam os jornalistas, escritores, autores teatrais e opinião pública em geral. As oposições diziam e escreviam o que muito bem lhes apetecia, sem receios de maior. Quanto a Sidónio, vindo das fileiras republicanas e laicas, foi assassinado por republicanos e, ao que se diz, por lhe suspeitarem tolerância em relação aos monárquicos. É da História que o regime republicano, saído do assassinato do Rei D. Carlos e do príncipe herdeiro D. Luís Filipe, foi de uma completa intolerância em relação aos monárquicos e aos católicos, pelas acções de perseguição atroz que desmentia os ideais democráticos que proclamavam, sobretudo para uso externo. Feitas as contas, Aquilino lutou contra a ditadura anterior ao regime implantado em 25 de Abril de 1974, sendo facto assente que estava ligado à Carbonária, que era o braço armado da Maçonaria, e por tal, para além de conspirar e fazer bombas, participou de forma activa nos preparativos para o crime horrendo do Terreiro do Paço.
Que o actual regime, estabelecido por figuras republicanas e laicas, se desdobre em homenagens a esta figura da luta armada, com os mesmos métodos que usam aqueles que hoje conhecemos por terroristas, é lastimável mas não surpreendente. Um regime que ignora ostensivamente grandes figuras da política, da arte, da ciência, do pensamento, das letras, a acção social, para fazer do Marquês de Pombal o monumento grandioso que se pode ver, tendo sido ele quem matou os fidalgos que lhe faziam sombra, e de morte particularmente cruel e injusta, só pode entender-se pelo facto de Sebastião de Carvalho e Melo ter trazido para Portugal a semente da Maçonaria.
Recentemente, o actual grão mestre do Grande Oriente Lusitano, António Reis, um antigo jornalista, declarou numa entrevista, sem reticências nem meias palavras, que a Maçonaria domina a vida pública portuguesa desde a parte final da Monarquia, que está representada em todos os governos e em todos os sectores da vida portuguesa. Pessoalmente, acho que António Reis, com esta declaração formal, prestou um grande serviço ao país. É que, numa terra em que a culpa morre sempre solteira, em que os culpados de crimes sacodem sempre a água do capote e tudo sepultam no silêncio, assume uma inusitada importância haver alguém que mostra à luz do dia os responsáveis pelo estado a que Portugal chegou. Como todos sabemos, as árvores avaliam-se pelos frutos que dão. E quanto aos frutos da República Portuguesa, estamos conversados. De tal sorte estou convencida da veracidade das afirmações do grão mestre Reis que, analisando uma também recente entrevista do grão mestre anterior, António Arnaut, interpreto o seu ataque cerrado a José Sócrates da seguinte maneira: ou é uma uma manobra de diversão, para esconder o que bem lhe interessa, ou José Sócrates, não sendo provavelmente maçon, mas teimoso e atrevido, está a incomodar os maçons que, no governo, querem tomar o poder completo. Seria, assim, um empata.
Seja como for, ficamos agora todos cientes de quem manda em Portugal. Todos agora sabemos a quem pedir contas do que vai no país desde 1908.
A cerimónia em Santa Engrácia foi, de facto, muito interessante. Minutos passados, ficámos a saber que a transladação foi iniciativa do jornalista António Valdemar, pseudónimo de uma alta figura da Maçonaria, oriunda da Ilha de S. Miguel. Para o que, visivelmente, contou com o empenhado apoio de dois micaelenses que são figuras gradas na Assembleia da República: Jaime Gama e Mota Amaral. Não colhe a afirmação estafada, por parte dos três, que a assembleia exerceu a vontade do povo, já que o povo há muito que está de costas voltadas para o parlamento e quem lá opera. António Valdemar, que ali certamente não representava os jornalistas nem a Academia das Ciências, afirmou, muma deliciosa postura queirosiana, que “nós queremos que Aquilino faça novamente parte dos manuais escolares”, dando sibilinamente a entender que Aquilino deixou de ser lido por alguma conspiração de silêncio. Aquele nós, não se referia a todos nós, portugueses, mas à Loja a que pertence e que ali estava representada au complet. Aquilino deixou de ser lido por ser excessivamente regionalista, deixou de ser moda num tempo de quase ausência de actividades rurais e caracterizada pela afirmação tecnológica diária. Vasco Pulido Valente diz que deixou de ser lido por ser “medíocre”, mas sabe-se como VPV é radical.
Também Baptista-Bastos, outro jornalista, vociferou contra o facto de estarem no esquecimento vários escritores, de que citou os nomes, por sinal todos comunistas. Foi pena não ter conseguido ser mais justo do que comunista, enunciando também escritores católicos e anticomunistas como José Régio, Tomás de Figueiredo, João de Araújo Correia, entre outros. BB queixou-se, em tom magoado, da nossa “amnésia histórica”. Que havemos de fazer? Ninguém escapa a essa maleita, nem BB. Nunca mais esqueci, nem esquecerei, a entrevista que ele deu a Artur Agostinho, na RTP, dois ou três dias depois do 25 de Abril: afirmou que já tinha vibrado com a Guerra das Astúrias, em 1934/35, e porque tinha adiantado a sua idade ao entrevistador, todo o país ficou a saber que ele já era revolucionário antes de nascer.
Enfim, puz o relógio no despertador para as 5 horas da manhã e vi tudo de fio a pavio. Ouvi a vaia e os assobios dos monárquicos às figuras republicanas que iam abandonando o Panteão. Se fosse republicana, a esta hora estava furiosa com a RTP por não ter passado as imagens dos talassas a vaiarem, limitando-se a dizer que eram meia dúzia. Então, se eram meia dúzia, não era de mostrar? Parece impossível. O leitor há-de estar pasmado com a minha pachorra, a 5 mil kms de distância da Portugal, de levantar-me àquela hora e ver aquela xaropada. Só encontro uma explicação para o meu comportamento e que está inteira numa anedota que se contava no Rio de Janeiro, quando ali esteve exilado o general Humberto Delgado. Diz que o general, de repente, foi tomado de uma doença misteriosa, mas forte a ponto de lhe pôr a vida em perigo. Reunida de emergência uma junta de sumidades médicas, foi ao general aplicada a violenta, e mal cheirosa, terapia de ser enfiado numa banheira cheia de caca durante três dias. Ao fim desse tempo, o general, depois de tomado um banho perfumado, sentiu-se 20 anos mais novo, cheio de vigor. Grato e curioso, foi-se aos médicos e quis saber que diabo de doença tinha ele tido para tratamento tão ruim. Um dos médicos adiantou, entre o fungar de riso dos outros: “saudades da Pátria, general, saudades da Pátria”.

quarta-feira, setembro 19, 2007

Uma visão americana da globalização


Depois de publicar aqui a notícia da activação do USAFRICOM (http://jacarandas.blogspot.com/2007/07/usafricom-operacional-em-outubro.html), dei-me conta da ignorância de alguns amigos acerca da importância desse novo Comando militar regional dos EUA, peça importante de um "projecto dos EUA" para o século XXI. Importa conhecer esse projecto e o "lugar" que nele nos não está reservado.

Como introdução ao tema, além de se ir lendo e vendo as campanhas de Barack Obama e de Mitt Romney para a presidência dos EUA (duas faces da mesma moeda), pode também ser útil ver e ouvir com atenção uma "lecture" de Thomas Barnett. No final, creio que ficará claro porque é que Obama deverá ser o próximo presidente dos EUA: África é muito importante para a manutenção do poder americano no mundo.




http://video.google.com/videoplay?docid=4689061169761152025



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domingo, setembro 16, 2007

Ética para o novo milénio

por Fernanda Leitão

O texto que se segue é, no livro apontado acima, uma profissão de fé e vida da autoria do Dalai Lama, líder espiritual dos budistas. O mesmo que, recentemente, visitou Portugal pela segunda vez e não foi recebido pelo presidente da República e o primeiro ministro, os mesmos que, sem se rirem, proclamam a importância, necessidade e urgência do diálogo inter-religioso. A sua infeliz atitude deriva apenas dos interesses comercais que pretendem intensificar com a China, potência que ocupa violentamente o Tibete e continua a ser comunista. É uma recusa devida a dois pesos e duas medidas, como convém a uma diplomacia de secos e molhados.

FL


Possa eu ser em todos os tempos, hoje e sempre,
O protector dos que não têm protecção
O guia dos que perdem o caminho
Um barco para os que têm de atravessar oceanos
Uma ponte para os que têm de atravessar rios
Um santuário para os que estão em perigo
Uma lâmpada para os que não têm luz
Um refúgio para os que não têm abrigo
E o servidor de todos os que precisam

quinta-feira, setembro 13, 2007

Emigração e chicos espertos

CARTA DO CANADÁ

por Fernanda Leitão


Quem emigra quer melhorar de vida, o que também implica estar farto dos chicos espertos que costumam (des)governar o país com todo o ar de estar a salvá-lo e de quem espera a gratidão eterna do povo. Em geral, o emigrante melhora de vida. Mas acaba por esbarrar nas comunidades portuguesas com outros chicos espertos, sempre bem relacionados com os outros de quem se livrou em Portugal.
O chico esperto português é um sujeito intrometido e descarado, que vê tudo pela rama, pela superfície, porque isso lhe convém, e fecha os olhos deliberadamente à realidade mais profunda. As águas turvas em que navega parecem-lhe sempre claras e de feição. Joga em vários tabuleiros, vai a todas, vai trepando sem fazer grande esforço. Aparece em toda a parte: nos jornais, na rádio, na TV, nos actos diplomáticos do croquette e do rissol, nas homenagens a outros chicos espertos, na atribuição de medalhas, nas festas, nas angariações de fundos em que possa fazer negócio parecendo um grande benemérito. Sobre isso, o chico esperto dá opiniões sobre tudo, sem saber de coisa nenhuma. Todo ele é pose, discurso, verborreia, gravata à maneira, sapato brilhante.
Em geral, o chico esperto que ficou em Portugal mete-se nos partidos e com facilidade chega a presidente da câmara, a deputado, a secretário de estado e até a ministro. A exemplo do resto do país, não sabe nada de emigração, mas dá-se ares de saber tudo sobre o assunto e está sempre disposto a terçar armas quando se trata da Língua Portuguesa, essa que ele maltrata todos os dias quando a escreve com erros e com aleijada sintaxe. Se calha de ir parar à pasta governamental das Comunidades, cresce um palmo, nem que seja à custa de saltos suplementares nos sapatos, incha, fala de papo, e trata imediatamente de emparceirar com os chicos espertos espalhados pelo mundo.
Como tudo isto existe, tudo isto é triste, tudo isto é fado, há que dizer que não só em Portugal existe corrupção. Nas comunidades portuguesas também a há. Quantas vezes disfarçada e benta. E é vê-los, aos chicos espertos, a irem a Lisboa estabelecer contactos, a inventarem mentiras, a servirem-se do apoio local para ameaçar os que, nas comunidades, trabalham honestamente e não vivem de expedientes. Basta não porem uma assinatura onde os chicos espertos querem para melhor esmifrarem dinheiro ao próximo num encadeamento de pequenas (mas rendosas) fraudes que mina a confiança e paciência dos portugueses de folha limpa. Porque, cá por fora, tudo lhes serve para ganhar dinheiro, a esses chicos espertos que, somadas as contas, são o maior estorvo de quem emigra e de quem, em Portugal, quer manter-se honesto.
Que fazer? Varrê-los à mangueirada ou à chapada? Virar as costas e não dizer nada? Não, caro leitor. Sem desfalecimento, doa a quem doer, denunciar caso por caso, pôr-lhes o nome no jornal, reduzi-los ao que são: videirinhos ignorantes, baixa gente.


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quarta-feira, setembro 12, 2007